Psicolife - psicologia e psicoterapia a Firenze

lunedì, luglio 23, 2007

Attacchi di Panico e Ipnosi

Il panico scatta quando c'è troppa CO2

tratto da :repubbica.it

PANICO? Una questione di CO2, anidride carbonica. La difficoltà di respirazione, infatti, manda segnali al cervello, un allarme esagerato di pericolo, per alcuni soggetti, che viene elaborato dall'amigdala, la quale fa scattare l'impulso di fuga. Come spiega Livio De Santoli, ordinario di Impianti Tecnici alla Sapienza di Roma "l'indice riconosciuto per la vivibilità di un ambiente chiuso è proprio la concentrazione di CO2 che non dovrebbe superare le 350/400 parti per milione. In molti luoghi urbani, nellla metropolitana, bus o aule universitarie, abbiamo controllato che si arriva a 2000/2500 parti per milione". Una situazione pesante per quell'1,5% di italiani che soffre di attacchi di panico. "L'anidride carbonica", sottolinea il neurologo Rosario Sorrentino "stimola alcuni recettori cerebrali localizzati nel bulbo, si tratta di "sentinelle ecologiche" dell'aria respirata che allertano il locus coeruleus che ha la funzione di pre-allarme del panico (DAP). Questi pazienti dovrebbero evitare luoghi affollati, chiusi, in cui il ricambio d'aria non è garantito". Un disturbo psichiatrico con cause multilpe, dice Giampaolo Perna, Centro Disturbi d'Ansia del San Raffaele Turro di Milano: "In tali soggetti esiste una fragilità del cervello "omeostatico", quello che presiede alle funzioni fisiologiche come il battito cardiaco, la respirazione e l'equilibrio. Nel nostro centro agiamo su più fronti: farmaci, lezioni di respiro corretto, psicoterapia comportamentale. Ora anche riabilitazione di tipo psico-vestibolare perché questi soggetti sono disorientati nello spazio". Se ne parla in Psicofitness (Sperling), scritto con Giulio Divo. (j. r. m.)
L'ipnosi agendo sulla condizioni di rilassamento e riattivando una corretta modalità respirazione permette un reapprendimento della modalità di respirazione in modo da recuperare il giusto rapporto tra ossigeno e anidride carbonica.
Per ulteriori informazioni visita questa pagina sulla respirazione lenta:Ipnosi Clinica
www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

venerdì, aprile 27, 2007

Osservati gli effetti dell'ipnosi

L'ipnosi un trucco? Tutt'altro, e' una tecnica che influenza l'attivita' del cervello disturbando centri superiori che controllano funzioni esecutive di alto livello. L'ha scoperto John Gruzelier, presso l'Imperial College di Londra, usando la risonanza magnetica funzionale per immagini (fRMI) per scrutare il cervello sotto effetto di ipnosi. Queste evidenze spiegano perche' sotto ipnosi le persone fanno cose che non farebbero mai spontaneamente, ha spiegato lo psicologo nell'ambito del festival organizzato in Gran Bretagna, a Exter, dall'Associazione britannica per il progresso delle scienze. Lo studioso ha osservato che il cervello funziona diversamente, avvalorando cosi' la tesi che sostiene l'utilita' dell'ipnosi in campo clinico, per esempio nella lotta al dolore. Il gruppo britannico e' arrivato alla scoperta studiando un gruppo di 24 volontari 12 dei quali molto e 12 poco suscettibili all'ipnosi. Quindi gli psicologi hanno sottoposto le persone a un test cognitivo in condizioni normali e sotto ipnosi.

Mentre i volontari svolgevano il test, gli psicologici osservavano l'attivita' del loro cervello con la fRMI, tecnica in grado di rilevare sia le aree cerebrali in attivita', sia l'intensita' del loro lavoro in tempo reale. I ricercatori hanno osservato cosi' che, senza l'ipnosi, tutti i volontari risolvevano l'esercizio e il loro cervello non mostrava discrepanze di attivita' durante lo svolgimento della prova. Durante l'ipnosi, invece, le persone piu' suscettibili mostravano un'intensa attivita' nella regione del cervello chiamata 'giro cingolato anteriore' e nel lato sinistro della corteccia prefrontale, rispettivamente implicate nella risposta agli errori e stimoli emotivi e nell'elaborazione di funzioni cognitive complesse.

Le persone poco suscettibili all'ipnosi, invece, non mostravano differenze significative nell'attivita' cerebrale in questa seconda fase dell'esperimento. Secondo Gruzelier e' quindi evidente che sotto ipnosi il cervello ha bisogno di sforzarsi di piu' per risolvere lo stesso compito, indicando appunto che qualcosa di diverso avviene al suo interno. Si tratta della prima evidenza cosi' forte e diretta dell'azione dell'ipnosi sul cervello, ha concluso lo studioso, e sara' da stimolo per ulteriori studi sulla possibilita' di utilizzare l'ipnosi in campo clinico.
Fonte: Ansa (13/09/2004)

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

venerdì, marzo 30, 2007

Ansia e Attacchi di Panico

Una molecola svela l'origine di ansia e paura

Nel risultato della ricerca sull'origine di tali emozioni, anche una speranza per la messa a punto di nuove terapie per controllarle
La paura e l'ansia dipendono da una nuova molecola scoperta nel cervello, con cui si spera di realizzare terapie innovative per la cura di disturbi depressivi ed eccesso di ansia. E' il GRPR, il recettore di una piccola proteina (un peptide) che regola il rilascio della sostanza gastrina, attivo nell'amigdala, il distretto del cervello che custodisce il ricordo di eventi pericolosi e fa scattare le sensazioni di ansia e paura quando questi eventi si ripresentano.

La scoperta si deve ad una equipe di scienziati dell'Università della Colombia, guidata da Eric Kandel, Nobel per la Medicina del 2000 ed è stata pubblicata sulla nota rivista scientifica Cell. Il gruppo, sulla base di queste ricerche, suggerisce che la proteina scoperta stimoli le cellule dell'amigdala a produrre la molecola GABA, importante perché, come ricordato dagli stessi esperti, bassi livelli di GABA sono legati a depressione, ansia e panico. Questa molecola, inoltre, era già nota ai ricercatori per la sua azione inibitrice sul sistema nervoso.

I ricercatori, secondo quanto riportato, hanno raggiunto questo successo analizzando le proteine presenti nell'amigdala, zona del cervello già conosciuta come sede dell'ansia e della paura, ma di cui fino ad oggi, secondo quanto hanno sottolineato gli studiosi, non si conosceva nessun meccanismo di funzionamento.

Gli esperti hanno visto che il GRPR è molto abbondante nell'amigdala e hanno studiato delle cavie con una modificazione genetica che le rende incapaci di produrre il GRPR. Secondo quanto spiegato, gli scienziati hanno sottoposto due gruppo di topi, uno normale ed uno con questa modificazione, ad un segnale sonoro associandolo ad uno stimolo doloroso. Ripetendo a più riprese il segnale sonoro gli scienziati hanno esaminato i comportamenti dei topi. I topi modificati, senza GRPR, mostrano sensazione di paura molto più spesso dei topi normali e mantengono una marcata risposta al segnale sonoro per molte settimane dopo l'inizio del test. Però, come hanno precisato, i topi privi di GRPR non hanno alterazioni nella paura innata ed hanno una normale memoria degli stimoli pericolosi.

Per questo motivo, gli scienziati ritengono che il GRPR sia un regolatore dei livelli di GABA, molecola che a sua volta controlla le sensazioni di paura e ansia. ''Noi pensiamo - hanno detto i ricercatori in un commento conclusivo - che questa scoperta sia solo l'inizio del nostro tentativo di sviluppare un approccio di genetica molecolare per studiare i meccanismi che determinano lo stato di ansia nell'organismo".

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

lunedì, marzo 05, 2007

Dolore e ipnosi

Il dolore e l'ipnosi

Sottoponendo a risonanza magnetica funzionale (fRMN) alcuni pazienti sotto ipnosi un gruppo di ricercatori del Dipartimento di medicina dell'Università Erasmus di Rotterdam e dell' Università di Francoforte, ha identificato - come viene illustrato in un articolo sull'ultimo numero di Psychotherapy and Psychosomatics - alcuni meccanismi neurobiologici della risposta al dolore.

La depersonalizzazione è caratterizzata da persistenti e ricorrenti episodi di distacco dal proprio sé, spesso con una ridotta percezione del dolore. Alterazioni negli schemi corporei simili a quelli presenti nella sindrome da deficit nella connessione limbico-corticale sono ritenute responsabili di questo fenomeno.

Nello studio i ricercatori - diretti da Christian H. Röder e Matthias Michal - hanno utilizzato l'ipnosi per indurre uno stato di depersonalizzazione in soggeti sani ben suscettibili di ipnosi ed esaminare gli schemi neuronali della percezione durante tre differenti stati di coscienza: veglia, rilassamento ipnotico e depersonalizzazione ipnotica. Lo stimolo doloroso era costituito da una scossa elettrica al polso destro.

Lo stimolo nocicettivo ha portato all'attivazione delle ben note vie del dolore, e in particolare della corteccia somatosensoriale, dell'insula e del cervelletto. Durante lo stato di depersonalizzazione ipnotica, l'attivazione è risultata fortemente ridotta nella corteccia somatosensoriale controlaterale, nella corteccia parietale (area di Brodman), in quella parietale, nel putamen e nella parte omolaterale dell'amigdala, e così pure in tutte le aree collegate alla risposta emotiva al dolore, che veniva percepito in misura estremamente ridotta.

Durante lo stato di depersonalizzazione, sono risultate peraltro meno attive tutte le aree corticali e sottocorticali coinvolte nella propriocezione, suggerendo anche la possibilità che nel corso delle cosidette esperienze di extracorporeità siano attivi specifici meccanismi neuronali.

Secondo gli autori, la tecnica adottata permetterà uno studio più approfondito dei meccanismi biologici e psicologici che soggiaciono sia ai fenomeni di autolesionismo sia a quelli che portano a disturbi di carattere psicosomatico. (gg)

tratto da: Le Scienze

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

domenica, febbraio 18, 2007

Sete e Dolore: interazione e plasticità

Si ringrazia l'amico e collega Dr. Roberto Blarasin e il suo bellissimo Blog sull'Ipnosi : Sveglio (visitatelo) per i contenuti e gli articoli dal quale abbiamo ripreso questo vecchio articolo di estremo interesse.

La sensazione di sete facilita l'insorgenza della reazione dolorosa gli stimoli esterni. Lo rivela uno studio pubblicato dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

“Questa è l’ennesima dimostrazione della plasticità dei meccanismi di espressione del dolore”, spiega Michael Farrell dell’Howard Florey Institute di Melbourne. “In questo caso particolare, una lieve perturbazione dei livelli di elettroliti, cioè ciò che fondamentalmente dà inizio alla sensazione di sete, è abbastanza per modificare intensità e modalità di espressione del dolore”.

Farrell ed il suo team hanno studiato la relazione tra sete e dolore in 10 pazienti. Ai partecipanti allo studio è stata applicata una leggera pressione ai pollici per indurre una lieve sensazione di dolore e sono state somministrate iniezioni saline per simulare la sete. Analizzando il flusso sanguigno cerebrale durante l’esperimento tramite PET (tomografia ad emissione di positroni) si è osservato che negli individui più assetati la sensazione dolorosa risultava più intensa. La sensazione di sete, invece, non risultava alterata dalla sensazione dolorosa.

La sete aveva causato l’attivazione della corteccia cingolata anteriore (area 32 di Brodmann) e dell’insula. L’aumentata risposta al dolore era associata sia all’aumento dell’attività nelle regioni corticali che sono correlate all’intesità del dolore che ad una attivazione specifica nel cingolato anteriore pregenuale e nella corteccia orbitofrontale ventrale, due regioni cerebrali che non vengono attivate dai due input (sete e dolore) singolarmente ma da entrambi (ciò suggerisce che in tali aree svolgano una funzione integrativa).

Questi studi suggeriscono che la corteccia limbica e la corteccia prefrontale giocano un ruolo nella modulazione del dolore durante l’esperienza della sete. Farrell ha avanzato l’ipotesi che ci possano essere circuiti cerebrali che permettono ad una sensazione di modulare l’altra, una strategia importante dal punto di vista evolutivo. Fame, sete, stanchezza e dolore ad esempio non si manifestano contemporaneamente, e questo ci permette di stabilire delle priorità: “La sensazione con le più immediate implicazioni per la sopravvivenza viene messa in evidenza”, spiega il ricercatore australiano.

Fonte: Farrell MJ, Egan GF, Zamarripa F et al. Unique, common, and interacting cortical correlates of thirst and pain. PNAS 2006
www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

domenica, febbraio 11, 2007

BIOCHIMISMO IN IPNOSI: RICERCHE E IPOTESI

di Claudio Beltrami

Molta patologia psichiatrica trae certamente origine da sicuro danno anatomico, ma i neurotrasmettitori, i neuromodulatori e gli ormoni [hanno un ruolo importantissimo nell'] equilibrio dinamico, che è indispensabile per il benessere e l'efficienza individuale, tra sistemi vari di trasmissione, memorizzazione delle informazioni e loro eventuale utilizzazione o repressione ai fini di un corretto feed-back comportamentale.

Esiste una bidirezionalità di influenze tra il pensiero sulla produzione di .. neurotrasmettitori, neuromodulatori e di elettroliti specifici, .. e la loro biochimica sulla formulazione delle idee e dei relativi comportamenti.

Stimoli luminosi adeguati, .. giungendo attraverso gli occhi al cervello, stimolano questo ad influire sul sistema neuroormonale, e nella fattispecie sulla produzione di noradrenalina e serotonina.

Recenti ricerche suggeriscono che la dopamina abbia un ruolo importante nella genesi di allucinazioni uditive e paranoia. Tali sintomi sembrano conseguenti al malfunzionamento di un meccanismo di selezione delle informazioni, indipendentemente dal contenuto delle stesse, ed unicamente secondario ad uno squilibrio biochimico, ben controllabile con la somministrazione di farmaci che blocchino i recettori per la dopamina. D'altronde anche nelle diverse forme d'ansia diverse correlazioni biochimiche sono suggerite dalla diversità di risposta ai trattamenti farmacologici. Un aumento della funzione noradrenergica, già implicato nella patologia depressiva provocherebbe anche attacchi di panico, mentre l'ansia generalizzata sarebbe collegata ai recettori benzodiazepinici, al GABA, al canale ionoforo e probabilmente sono coinvolti anche i sistemi dopaminergico e serotoninergico.

Che gli steroidi gonadici rappresentino potenti modulatori periferici delle attività centrali è già noto. I livelli ormonali influenzano gli stati d'animo e l'umore, [e le] modificazioni di tali condizioni psichiche agisc[o]no in modo determinante sulla funzione immunitaria.

Si è rilevata una netta diminuzione dell'attività delle cellule NK (natural killer), una diminuzione linfociti suppressor e un aumento relativo del rapporto linfociti T helper / T suppresor unito ad un'aumentata produzione di autoanticorpi, il tutto correlato con la determinazione di gradi elevati di depressione secondo il test di Hamilton (Hamilton depression scale score).

Psiche e [corpo] comunicano tra loro con vari mediatori, siano essi il sistema neurovegatativo o quello endocrino e immunitario, con una vera rete di interconnessioni effettuata da neuropeptidi, ormoni, linfochine, endorfine e recettori, centrali e periferici.

.. È di grande attualità lo studio dei rapporti tra ipertensione arteriosa e stress, con un accreditamento di un'ipotesi patogenetica psicoambientale. La definizione di stress è collegata a quella di ansia ed ai livelli eventualmente patologici di questa, e quindi della presenza nel cervello umano di una ormai nota sostanza endogena chiamata DBI. [Lo] stress è conseguenza di un'attivazione emozionale che ha la sua struttura portante nel sistema limbico, caratteristico di tutti i mammiferi. [Ma] ogni stimolo, prima di innescare una reazione emozionale, viene sottoposto ad un filtro cognitivo strutturato nella complessità dei circuiti corticali (schemi relativi all'apprendimento, alla memorizzazione ed alla capacità di rappresentazione interna, possono fungere da potenti determinanti intrapsichiche di stress).

Ogni tipo di reazione emozionale può interferire con le funzioni biologiche attraverso tre sistemi: endocrino, vegetativo, immunitario. In condizioni [normali, funzionano automaticamente], ma in condizioni particolari un controllo centrale può sovrapporsi agli automatismi. Il sistema endocrino, con i suoi input controlla prevalentemente il metabolismo cellulare con un adattamento che è in funzione dell'intensità e della durata dello stimolo.

Quelle strutture sottocorticali chiamate sistema limbico-ipotalamico e la pituitaria sono stati identificati come trait-d'union dei processi psicoemotivi con quelli biochimici conseguenti. L'ippocampo e l'amigdala [giocano] ruoli di agonista l'uno e di antagonista l'altra nel realizzare comportamenti di tipo ipnotico, [il che potrebbe spiegare come mai] in uno stato di trance ipnotica si possa[no] più facilmente ottenere variazioni importanti del biochimismo. Marcus [e] Sahalgren con l'ipnosi hanno indotto modificazioni della curva glicemica e contrastato gli effetti usuali sull'organismo dell'adrenalina, pilocarpina e atropina. Tratto da:www.Fenice.info

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

martedì, gennaio 30, 2007

Ipnosi e agopuntura per alleviare il dolore da parto

New York
L'ipnosi e l'agopuntura sono due metodi promettenti per trattare e alleviare il dolore durante il travaglio e il parto, ma sono necessarie ulteriori ricerche per capire se queste due strategie, come altre terapie complementari (massaggio, rilassamento, aromaterapia, acupressione e rumore bianco) possano veramente essere d'aiuto per le partorienti.
E' quanto emerge da un nuovo studio, che ha passato in rassegna la maggior parte dei dati scientifici esistenti sulle terapie complementari e alternative per il controllo del dolore nel travaglio, ed e' stato pubblicato sulla rivista The Cochrane Library della Cochrane Collaboration, un'organizzazione che valuta le ricerche e giunge a conclusioni basate su prove riguardo alle metodologie della medicina considerando sia i contenuti che la qualita' degli studi esistenti. 'Il dolore del travaglio puo' essere intenso, e la tensione, l'ansia e la paura possono peggiorarlo', scrivono Caroline Smith della University of Adelaide, Australia, e i suoi colleghi. Molte donne vogliono partorire senza prendere farmaci e spesso si rivolgono alla medicina complementare e alternativa per avere un aiuto. La Smith e tre assistenti hanno passato al vaglio i dati di 14 studi che hanno coinvolto 1.448 donne che hanno usato diversi strumenti per gestire il dolore durante il parto. I dati dei tre test sull'agopuntura (496 donne) hanno mostrato una riduzione del 30 per cento della necessita' di farmaci contro il dolore nonche' un minore ricorso alla puntura epidurale e a farmaci come l'ossitocina, che stimola il travaglio. Anche le donne a cui era stata insegnata l'auto-ipnosi in cinque studi sull'ipnosi (729 donne) avevano molte meno probabilita' di ricorrere a farmaci contro il dolore e all'epidurale durante il travaglio. Queste donne si sono dichiarate notevolmente piu' soddisfatte del loro metodo di controllo del dolore rispetto alle donne del gruppo di controllo. Tra gli altri 'vantaggi promettenti' dell'ipnosi ci sono un accresciuto tasso di parti naturali e una diminuzione della necessita' di ricorrere all'ossitocina, fanno notare gli autori della ricerca. L'ipnosi potrebbe essere usata da sola per alleviare il dolore o in aggiunta ad altre terapie per esaltare l'effetto degli analgesici. La Smith e i suoi colleghi chiedono nuovi piu' vasti studi sull'ipnosi e l'agopuntura come sistemi per il controllo del dolore del parto. Al momento, dice il team australiano, non ci sono prove sufficienti sull'efficacia dell'acupressione, dell'aromaterapia, della terapia della musica, del massaggio, del rilassamento e del rumore bianco per il controllo del dolore del travaglio. I ricercatori concludono: 'Agopuntura e ipnosi potrebbero essere utili per il controllo del dolore durante il parto; tuttavia, il numero di donne analizzate finora negli studi e' piccolo. Poche altre terapie complementari sono state oggetto di approfonditi studi scientifici'.

www.psicolife.com
Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

martedì, gennaio 02, 2007

Focus e Ipnosi

Focus e Ipnosi

FocusTorna l'interesse di Focus sull'argomento Ipnosi.
A poca distanza dagli altri articoli sull'argomento in questo numero viene ripercorso l'ormai conosciutissimo iter storico che ha portato questa forma terapeutica al mito e alla leggenda per poi trovare finalmente 5 pagine di spiegazione sul valore che ha assunto sul piano psicoterapeutico.
Viene riassunta a sommi capi l'approccio della nuova ipnosi Ericksoniana e i suoi campi di applicazione con qualche esempio chiarificatore.
Attraverso le nuove tecniche di neuroimaging e i continui protocolli sperimentali , oggi, l'ipnosi ha finalmente trovato una collocazione definitiva fuori dal contesto magico-ritualistico nei quali ea piombata attraverso la mistificazione e l'aspetto suggestivo che molti celebri film hanno finito con il darle.
PER maggiori informazioni visita il blog sull'ipnosi

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

lunedì, dicembre 11, 2006

Autoinduzioni e ricordi negativi

La mente si mantiene in salute smorzando i ricordi negativi

La mente, nel momento in cui richiamiamo alla memoria eventi importanti della nostra vita, tende automaticamente a smorzare i sentimenti negativi ad essi eventualmente correlati e a lasciare intatti quelli positivi. Lo afferma un articolo pubblicato sul Journal of Personality, e condotto da Wendy-Jo Wood e Michael Conway, entrambi della Concordia University di Montreal (Quebec, Canada).
Per portare a termine il loro lavoro, gli autori hanno realizzato due studi coinvolgendo rispettivamente 79 e 279 studenti universitari. Hanno chiesto loro di richiamare alla mente dei ricordi particolarmente significativi, riguardanti eventi che avevano contribuito a formare la loro personalità, e di descrivere le emozioni che avevano provato al momento e quelle che provavano ricordandoli.
Secondo i risultati dei questionari, gli studenti nel riportare ricordi legati a esperienze negative come la fine di un rapporto o la morte di una persona cara, hanno sentito molto diminuiti i sentimenti di paura, rabbia e dolore. Mentre nel ricordare momenti più belli hanno avvertito inalterate le sensazioni di gioia e felicità.
“Le persone cercano di guardare il lato positivo anche nelle esperienze di vita più difficili, e tentano per quanto possibile di sminuire l’impatto negativo che alcuni eventi del passato hanno avuto”, spiega Conway.
Si cerca di dare un senso a tutte le esperienze della vita. Questo, secondo gli autori, aiuta a mantenere e a migliorare la salute mentale di ogni individuo.
Secondo Conway, “tutti possono provare forti reazioni emotive in situazioni estreme e tutti hanno bisogno di fare i conti e venire a patti con questi eventi per mantenere un’opinione positiva di sé e del mondo in generale”.

Le tecniche ipnotiche e autoipnotiche di gestione del materiale mnestico permette di realizzare ristrutturazioni profonde dei ricordi negativi sottraendo loro la componente emozionale negativa e promuovendo il graduale spostamento dall'attenzione dall'evento doloroso verso le risorse positive del medesimo periodo storico e concentrandosi sull'evidenza , confermata dal proprio presente, di essere sopravvissuto al meglio all'evento negativo esperito. La ristrutturazione dei ricordi negativi attraverso l'ipnosi o l'autoipnosi con la focalizzazione su esperienze positive del passato autorinforzanti promuovono il consolidamento di un'autonomia più stabile.
Fonte: Wood W, Conway M. Subjective impact, meaning making, and current and recalled emotions for self-defining memories. Journal of Personality 2006; 74(3):811.

www.psicolife.com
Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

Training autogeno contro il dolore

Modulazione del dolore con Ipnosi e Training autogeno
Pensare positivo funziona davvero… non solo come filosofia di vita, ma anche come antidolorifico.
È stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, uno studio che mostra che l’aspettativa del dolore gioca un ruolo fondamentale nella percezione del dolore stesso o meglio che se ci si aspetta un dolore poco intenso, tale sarà il dolore effettivamente percepito.

La ricerca è stata condotta dal dottor Robert Coghill e dai ricercatori della Wake Forest University (North Carolina, USA) su 10 volontari in perfetta salute a cui è stato applicato un simulatore di calore alle gambe. Per mappare l’attività cerebrale conseguente agli stimoli si è utilizzata una risonanza magnetica funzionale. Prima dello stimolo doloroso e della registrazione delle immagini dal cervello i volontari venivano avvertiti dell’intensità del dolore che dovevano aspettarsi: forte, moderata o lieve. In realtà, però, spesso i ricercatori baravano, dicendo ai partecipanti che avrebbero provato un dolore lieve mentre in realtà li aspettava un dolore forte.

Tutti e dieci i partecipanti, in questi casi, hanno riportato un dolore minore perché si aspettavano appunto un dolore di lieve intensità. La riduzione della percezione del dolore è stata circa del 28 per cento, comparabile all’effetto di una dose di morfina. Contemporaneamente l’attività cerebrale delle aree interessate alla percezione e all’elaborazione del dolore, cioè la corteccia somatosensoriale primaria, la corteccia insulare e la corteccia cingolata anteriore, è diminuita sensibilmente.

Nonostante lo studio sia stato condotto su scala ridotta, questi risultati potrebbero spiegare l’efficacia delle terapie psicologiche nel contrastare le patologie caratterizzate da dolori cronici, e fornire gli strumenti per aiutare le persone a controllare meglio il dolore senza dover ricorrere continuamente ad analgesici accompagnati da sgradevoli effetti collaterali. “Il dolore non è solo il risultato di un segnale proveniente da una regione ferita del corpo e deve essere contrastato con qualcosa di più che con una pillola. Il cervello può efficacemente regolare il dolore ed è necessario imparare a sfruttare questo potere”, conclude Robert Coghill.

Fonte: Coghill R et al. The subjective experience of pain: where expectations become reality. PNAS 2005;102 no. 36, doi_10.1073_pnas.0408576102

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

venerdì, novembre 17, 2006

Le donne non sono brave in matematica? Solo suggestione

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Esistono stereotipi di ogni genere sulle differenze congenite tra uomo e donna, uno di questi riguarda la matematica: le donne non ci capirebbero assolutamente nulla. Lo affermava anche il rettore di Harvard, che per questo motivo è stato licenziato. Per stabilire la verità è stato realizzato uno studio, pubblicato sulla rivista Science, che mostra che non è vero che le donne non sono brave in matematica ma che sono convinte di non esserlo e agiscono di conseguenza.

Nello studio a due gruppi di donne sono stati assegnati due test di matematica separati da due letture. Le letture erano diverse tra i due gruppi e anche all'interno del gruppo stesso. In un gruppo alcune donne leggevano che effettivamente gli uomini sono geneticamente avvantaggiati nella risoluzione dei problemi di natura matematica mentre le altre leggevano che il fatto che spesso gli uomini in quest'ambito si dimostrano più bravi delle donne è dovuto all'ambiente e non ai geni.

Nell'altro gruppo una lettura non trattava dell'argomento in particolare ma sottolineava la natura di donne delle partecipanti, mentre l'altra affermava che non esistevano differenze di sorta tra uomini e donne. Secondo i risultati, nel primo gruppo le donne a cui era sottolineata una differenza genetica con gli uomini hanno fatto molto peggio rispetto alle colleghe. Lo stesso è successo nel secondo gruppo dove le donne alle quali è stata rinfacciata la propria natura non hanno raggiunto il livello delle colleghe alle quali era stato ricordato che non esistono differenze di genere.

Questa non è incapacità, ma suggestione. E il cervello reagisce ad essa bloccando o potenziando la sua attività. È anche discriminazione, che si avvale di teorie apparentemente scientifiche ma non vere. È la debolezza della mente umana e la prova della forte relazione tra inconscio e azione: se qualcuno ci convince che non siamo in grado di fare una cosa non riusciremo mai, se invece proviamo a credere nelle nostre possibilità tutto può succedere.
Del resto ciò è noto da secoli a tutti coloro che detengono il potere: suggestione e paura sono le migliori armi di sempre.

Fonte: Dar-Nimrod I, Heine SJ. Exposure to scientific theories affects women's math performance. Science 2006; 314:435.


www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

venerdì, ottobre 27, 2006

Alopecia areata e ipnosi

L’ipnoterapia sembra migliorare l’outcome clinico nei pazienti con alopecia areata

Esistono solo dati limitati sul ruolo della psicoterapia nell’alopecia areata.

Ricercatori della Free University di Brussels ( Belgio ) hanno documentato l’influenza dell’ipnoterapia sul benessere psicologico e sull’outcome clinico nell’alopecia areata.

L’ipnosi è stata impiegata in 28 pazienti con estesa alopecia areata, refrattaria ai tradizionali trattamenti.

Ventun pazienti, di cui 9 con alopecia totale o alopecia universale e 12 con alopecia areata estesa, sono stati arruolati durante un periodo di 5 anni.

Dopo trattamento, tutti i pazienti avevano un punteggio di ansia e di depressione significativamente più basso.

In 12 pazienti, dopo 3-8 sessioni di ipnoterapia, è stata osservata una ricrescita dei capelli del 75-100%, con una crescita totale in 9 di questi pazienti, tra cui 4 pazienti con alopecia universale e 2 con ofiasi.

In 5 pazienti si è avuta recidiva.

Lo studio presenta dei limiti, tra cui il ridotto campione studiato.
Tuttavia l’ipnoterapia sembra migliorare gli outcome clinici ed il benessere psicologico nei pazienti con alopecia areata. ( Xagena )

Fonte: J Am Acad Dermatol

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

venerdì, ottobre 20, 2006

Tosse nervosa

Guarire con l'ipnosi

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
24/03/2004

L’ipnosi può essere una terapia efficace e priva di rischi per la tosse senza base organica; lo mostra uno studio effettuato negli Stati Uniti, del quale si parla sul Journal of Pediatric.

La tosse può anche essere originata da semplice abitudine. Si tratta di un vero e proprio “tic”, che colpisce bambini e adolescenti e inizia in seguito a una banale infezione delle vie respiratorie. Cessata la malattia però la tosse continua anche senza avere basi organiche, e il continuo tossire di per sé provoca uno stato di costante irritazione delle mucose che induce a tossire di nuovo. Il disturbo si esacerba spesso durante le ore di scuola e le competizioni sportive, mentre tende ad attenuarsi se il bambino viene distratto e scompare durante il sonno.

In questo studio, i ricercatori hanno selezionato 51 bambini e adolescenti che soffrivano di questo disturbo da un periodo variabile fra le due settimane e i 7 anni. I ragazzi sono stati istruiti ad utilizzare l’autoipnosi per ignorare la sensazione che innescava la tosse, con tecniche immaginative come respirare un’aria gradevole e colorata, visualizzare nel proprio corpo un interruttore che “spegne” la tosse, e simili. La tecnica ha avuto successo nel 90 per cento dei casi, e nel 78 per cento già dalla seduta di apprendimento del metodo. È interessante sapere che i ragazzi hanno poi applicato l’autoipnosi anche in altre circostanze impegnative della loro vita quotidiana, come a scuola e nello sport.

Gli autori raccomandano l’uso delle tecniche di autoipnosi come un modo sicuro ed efficace di rompere il circolo vizioso dell’abitudine di tossire, problema che spesso, non essendo pienamente compreso o curato, porta ad assenze ripetute da scuola e a diagnosi errate.

Bibliografia. Anbar RD, Hall HR. Childhood habit cough treated with self-hypnosis. J Pediatr 2004;144(2):213-17.


www.psicolife.com     Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

lunedì, ottobre 09, 2006

Analgesia non farmacologica

Analgesia pre/post parto

Due revisioni sistematiche hanno valutato diversi tipi di intervento: l’agopuntura, l’ipnosi, l’audio analgesia, l’aromaterapia e la musica [1].
L'analisi e l'interpretazione dei risultati risulta difficoltosa per molti di questi interventi, dato l’esiguo numero di donne reclutate negli studi.

Riportermo qui solo i dati relativi all'ipnosi terapia
1. AGOPUNTURA

Uno studio controllato randomizzato (randomized controlled trial, RCT) ha coinvolto 100 donne allocate al trattamento con agopuntura (praticata da ostetriche che avevano seguito un corso di formazione specifico) o alle cure abituali. Non sono state evidenziate differenze nell'esito principale, la soddisfazione materna, e negli esiti secondari, vale a dire durata del travaglio, ricorso alla somministrazione di ossitocina e modalità del parto. E' stata invece rilevata nel gruppo dell'agopuntura:
- riduzione del ricorso all'analgesia farmacologica (in particolare l’epidurale) NNT 3 (2-7) [1]
Un RCT [4] condotto successivamente ha confermato l’efficacia dell’intervento nel ridurre il dolore e il ricorso all’analgesia epidurale (con una conseguente riduzione della durata del parto).
L’esistenza di diverse modalità di agopuntura (tradizionale cinese, auricolare, elettro-agopuntura), comporta la necessità di una valutazione delle diverse tecniche utilizzate (punti utilizzati, durata, profondità, tipo di stimolazione).

2. IPNOSI

Una revisione sistematica [1], comprendente 3 RCT (complessivamente 189 donne) che prevedevano diverse modalità di auto ipnosi nell’ultimo trimestre di gravidanza, dimostra la efficacia dell’ipnosi nel ridurre il dolore nel corso del travaglio, rilevando: - incremento della soddisfazione materna: rischio relativo (RR) 2.33, intervallo di confidenza al 95% (IC) 1.15-4.71
- minor ricorso a analgesia farmacologica (RR 0.54, IC 0.23-1.23)
- maggior tasso di parti vaginali spontanei (RR 1.38, IC 1.10-1.74)
- minor ricorso a parto pilotato con ossitocina (RR 0.31, IC 0.18-0.52)
- assenza di segnalazione di effetti collaterali

Le dimensioni ridotte degli studi implicano che i risultati non sempre raggiungano la significatività statistica.

Una seconda revisione sistematica che prende in esame oltre a cinque RCT anche 14 studi non randomizzati, coinvolgendo complessivamente 8395 donne, ha dimostrato un minor ricorso all'analgesia farmacologica o al parto pilotato con ossitocina e un maggior numero di parti spontanei nelle donne sottoposte ad ipnosi rispetto ai controlli [15]. Una più precisa definzione del rapporto rischio/beneficio dell'ipnosi nel travaglio richiede ulteriori studi.

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

Osservati gli effetti dell'ipnosi

L'ipnosi un trucco?
Tutt'altro, e' una tecnica che influenza
l'attivita' del cervello disturbando centri superiori che controllano
funzioni esecutive di alto livello. L'ha scoperto John Gruzelier,
presso l'Imperial College di Londra, usando la risonanza magnetica
funzionale per immagini (fRMI) per scrutare il cervello sotto effetto
di ipnosi.
Queste evidenze spiegano perche' sotto ipnosi le persone fanno cose che
non farebbero mai spontaneamente, ha spiegato lo psicologo nell'ambito
del festival organizzato in Gran Bretagna, a Exter, dall'Associazione
britannica per il progresso delle scienze. Lo studioso ha osservato che
il cervello funziona diversamente, avvalorando cosi' la tesi che
sostiene l'utilita' dell'ipnosi in campo clinico, per esempio nella
lotta al dolore.
Il gruppo britannico e' arrivato alla scoperta studiando un gruppo di
24 volontari 12 dei quali molto e 12 poco suscettibili all'ipnosi.
Quindi gli psicologi hanno sottoposto le persone a un test cognitivo in
condizioni normali e sotto ipnosi. Mentre i volontari svolgevano il
test, gli psicologici osservavano l'attivita' del loro cervello con la
fRMI, tecnica in grado di rilevare sia le aree cerebrali in attivita',
sia l'intensita' del loro lavoro in tempo reale.
I ricercatori hanno osservato cosi' che, senza l'ipnosi, tutti i
volontari risolvevano l'esercizio e il loro cervello non mostrava
discrepanze di attivita' durante lo svolgimento della prova. Durante
l'ipnosi, invece, le persone piu' suscettibili mostravano un'intensa
attivita' nella regione del cervello chiamata 'giro cingolato
anteriore' e nel lato sinistro della corteccia prefrontale,
rispettivamente implicate nella risposta agli errori e stimoli emotivi
e nell'elaborazione di funzioni cognitive complesse. Le persone poco
suscettibili all'ipnosi, invece, non mostravano differenze
significative nell'attivita' cerebrale in questa seconda fase
dell'esperimento.
Secondo Gruzelier e' quindi evidente che sotto ipnosi il cervello ha
bisogno di sforzarsi di piu' per risolvere lo stesso compito, indicando
appunto che qualcosa di diverso avviene al suo interno. Si tratta della
prima evidenza cosi' forte e diretta dell'azione dell'ipnosi sul
cervello, ha concluso lo studioso, e sara' da stimolo per ulteriori
studi sulla possibilita' di utilizzare l'ipnosi in campo clinico.

         
         


Fonte: Ansa (13/09/2004)

www.psicolife.com    Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

giovedì, settembre 14, 2006

Ipnosi

Un'antica terapia che promette felicità
di:Silvana Kühtz, da La macchina del Tempo, pp. 107-110, Aprile 2005, n. 4, anno 7

Ipnosi, parola evocativa che difficilmente lascia indifferenti: solo a sentirla c'è chi prova immediata repulsione o paura, ricordando magari un film, e chi invece ne è affascinato. Considerata per anni una tecnica per tipi suggestionabili, da 40 anni l'ipnosi viene invece studiata scientificamente e trova spazio su riviste mediche specializzate.

Aumentano le conoscenze sull'ipnosi e diminuisce lo scetticismo ad essa associato. Scoperte recenti dimostrano che l'ipnosi può facilitare processi cognitivi (memoria, apprendimento), può aiutare a liberarsi da sintomi di tipo psicosomatico (cefalee, disturbi digestivi) o di tipo psichico (fobie, paure, insicurezze, ansia) e da dipendenze (fumo, alcol, cibo). Le ricerche hanno dimostrato che l'ipnotizzabilità non è legata a ingenuità, isteria, problemi psicologici, tendenza alla sottomissione, immaginazione. Anzi, senza l'attiva volontà del paziente l'ipnosi non funziona.
Ipnosi: qualcuno mette in trance un'altro.

Che cosa è la trance?

“È una fase di distacco, di apparente dormi-veglia” risponde Mauro Scardovelli, esperto di ipnosi, ”in cui i soggetti ipnotizzati rimangono comunque vigili.”

Qual è la differenza fra fasi del sonno e ipnosi?

“Durante il sonno la persona perde qualunque contatto col mondo esterno producendo, durante la fase R.E.M., i sogni” risponde Fabio Tamanza medico chirurgo, dentista, counsellor, esperto di ipnosi ericksoniana, insegna l'utilizzo dell'ipnosi nella relazione medico-paziente all'Università di Brescia “Durante la trance ipnotica invece, il contatto col mondo rimane, restando però come sullo sfondo di un'attenzione centrata sui propri processi sensoriali interni: immagini, suoni, sensazioni. L'ipnosi è essenzialmente uno stato di coscienza in cui la persona sperimenta una attenzione amplificata nei confronti del proprio mondo interno a scapito dell'attenzione al mondo esterno.”

Freud smise di praticare l'ipnosi dicendo che curava i sintomi e non le cause del disagio. È così?

“Va fatta una precisazione” afferma Scardovelli “quella di cui parlava Freud è ipnosi direttiva. Essa è ancora utile, per esempio, per ridurre il dolore fisico senza ricorrere all'anestesia, ma non si considera una forma di terapia. L'era moderna dell'ipnosi umanistica comincia con Milton Erickson. La forma direttiva è abbandonata, a favore di tecniche di induzione che aiutano la persona ad entrare in contatto con la sua mente inconscia, il suo centro vitale e creativo. La frattura e il conflitto conscio-inconscio, all'origine del disagio fisico e psichico, viene appianato e risolto parlando un nuovo tipo di linguaggio, idoneo a creare un ponte tra i due emisferi. Proprio consentire il collegamento fra i due emisferi, è il presupposto scientifico su cui si basa l'ipnosi, provato da molte ricerche scientifiche che vanno a studiare l'attività delle diverse porzioni del cervello.”

Come mai c'è ancora chi resta scettico nei confronti dell'ipnosi?

“Ormai il mondo scientifico approva studia e conosce questa pratica” interviene Tamanza “L'ipnosi ha spesso sollevato dubbi e superstizioni per l'uso da baraccone che se ne è fatto in passato e anche per la naturale paura dell'essere umano per ciò che è difficile da comprendere e per ciò che non si conosce. Oggi basta documentarsi un po' per rendersi conto della serietà degli studi scientifici che riguardano questa pratica.”

Sotto ipnosi potrei rischiare di levitare, di andare a camminare sui tetti e di fare qualcosa contro la mia volontà?

“Durante la trance ipnotica si possono verificare fenomeni che hanno a che fare con movimenti di varie parti del corpo come la levitazione di una mano o movimenti delle dita; questi sono dovuti alla possibile perdita del controllo conscio sulla muscolatura dato dal profondo rilassamento della trance e sono comunque il più delle volte percepiti dal soggetto.”

Sottolinea Tamanza “Bisogna chiarire comunque che non può essere mai indotto un comportamento che sia rischioso o lesivo per il soggetto o che vada contro la sua volontà, il suo sistema di valori e i suoi principi.”
“Infatti l'ipnosi umanistica è un modo per risvegliarsi ad una nuova e più profonda comprensione di sé e del mondo” sottolinea Scardovelli “A partire da Erickson, l'ipnosi clinica non mira a ipnotizzare le persone, ma al contrario, a de-ipnotizzarle, cioè a svegliarle dalla trance ordinaria o idiosincratica in cui comunemente si trovano, quello stato di coscienza condiviso per il fatto di appartenere ad una certa cultura.”

Sta dicendo che, per esempio, essere esposti alla TV, ad un linguaggio, ad un modo di pensare, ci fa vivere costantemente in uno stato di trance?

“Esattamente” conferma Scardovelli “attraverso educazione, esempi, messaggi e uso del pensiero-linguaggio, cui tutti siamo esposti, impariamo sin da bambini a operare certe distinzioni e non altre, a selezionare solo certe figure sullo sfondo e non altre. In altri termini, apprendiamo a percepire solo ciò che riusciamo a nominare, e a non percepire più ciò che sfugge al dominio di queste distinzioni linguistiche, relegandolo in tal modo nell'inconscio. Impariamo, cioè, a non vedere più intere porzioni della realtà (cancellazioni), e a deformare sistematicamente altre porzioni (distorsioni, proiezioni ecc.).”

Quindi l'ipnosi apre delle finestre anche linguistiche su un nuovo modo di vedere la vita quotidiana?

“Precisamente, in alcuni casi è come se ci ostinassimo a guidare l'automobile con gli occhi bendati. Ciò che occorre non è diventare più bravi come piloti, o avere più fortuna per evitare gli incidenti, ma è togliersi la benda e iniziare a vedere la strada lì dove si trova, e non dove alluciniamo che sia. L'ipnosi è appunto uno dei modi che può essere utilizzato per togliersi la benda dagli occhi.”

Nella sua esperienza, quale è l'ambito che più comunemente trascuriamo e deformiamo nel nostro stato ordinario di trance?

“Possiamo studiare tutta la vita, essere filosofi, scienziati, politici, insegnanti, ed essere però profondamente ignoranti nel campo delle relazioni interpersonali e della conoscenza di sé, gli ambiti in cui oggi alluciniamo di più.

Esistono persone brillanti nel loro lavoro che non riescono ad avere una relazione di coppia soddisfacente, padri e madri che non sanno come cavarsela con i figli, insegnanti che non comunicano con gli allievi, dirigenti e dipendenti che vivono relazioni frustranti. Ci sono persone che non capiscono cosa vogliono dalla vita, altre che soffrono disturbi psicosomatici, altre che sono affette da depressione, rassegnazione, cinismo.

Altre che si sentono cronicamente sole, insicure o ansiose, soffrono di fobie o attacchi di panico. Altre che sono limitate dalle loro compulsioni e avversioni. In realtà è soprattutto un modo di vedere le cose.”
Quindi viviamo tutta la vita indossando un paio di occhiali deformanti rispetto alla realtà. Ma se questa è la diagnosi, quale è la terapia? “Il recupero delle informazioni mancanti e delle informazioni corrette al posto di quelle distorte, per poter disporre di una mappa attendibile della realtà attraverso, per esempio, l'ipnosi” risponde Scardovelli.

Chi può ricorrere all'ipnosi? “Sono tentato dal dire tutti: non solo chi vuole risolvere specifici sintomi o problemi, ma anche chi mira a produttività, benessere e realizzazione, e desidera far emergere e sviluppare qualità dell'essere come pace, felicità, amore, fratellanza, creatività e gioioso entusiasmo.

Nella nostra cultura, improntata a individualismo e competizione, tali qualità restano sullo sfondo: non si fa nulla per riconoscerle e coltivarle, le si considera virtù innate neppure troppo auspicabili per farsi strada nella vita. Mentre dedichiamo anni e anni di scuola per apprendere discipline come la storia, la matematica o le lingue, considerate giustamente importanti, non dedichiamo alcuna attenzione ed impegno ad apprendere quell'insieme di qualità umane e spirituali, che sono decisive per la nostra realizzazione come persone, in mancanza o carenza delle quali insoddisfazione, sofferenza, rassegnazione, diventano nostri usuali compagni di viaggio.”

Molti esperti del settore, sulla scia di Freud, sostengono che l'obiettivo di una psicoterapia è raggiungere una “sostenibile infelicità”. Lei invece usa parole grosse come felicità, pace… “Sì, obiettivo della mia scuola, e di quanti in Italia usano queste tecniche, è recuperare la piena capacità di amare e vivere relazioni intense e felici, scoprendo che esse sono a portata di mano, e fanno parte della nostra più intima e profonda natura. Non dobbiamo accontentarci di raggiungere una sostenibile infelicità: sarebbe un tradimento del nostro sé profondo.

Per accedere alle qualità dell'essere è indispensabile una sorta di risveglio. Solo in tal modo riusciamo a vedere con chiarezza che le fonti della nostra infelicità risiedono al nostro interno, nel fatto di aver condiviso e assecondato le usuali motivazioni dell'EGO: paura, avidità, dominio, orgoglio, immagine. Esse agiscono come inquinanti che avvelenano la nostra mente, ci relegano nell'inconsapevolezza, e ci rendono incapaci di amare e gioire.” Direbbe quindi che, se l'ipnosi umanistica fosse più conosciuta e praticata, contribuirebbe allo sviluppo di un'autentica cultura di pace? “Senza dubbio, sono convinto che i semi della guerra vanno cercati al nostro interno, nello stato di coscienza ordinario, saturo di virus competitivi, e nelle nostre abitudini e scelte di vita scarsamente ecologiche e rispettose della nostra vera natura e delle nostre qualità spirituali.”

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

lunedì, agosto 28, 2006

Parto e Ipnosi

Ultima parte

L'autoipnosi suggerita e sostenuta continuatamene mobilita il soggetto verso una continua ricerca interiore e verso quella autoesplorazione cara a Milton Erickson. Grazie all'autoipnosi diventa possibile l'acquisizione di livelli elevati di abilità in una integrazione mente-corpo.

Naturalmente l'autoipnosi svincolata completamente da una relazione terapeutica non è assolutamente appropriata nel caso di problematiche psicologiche gravi. Wilbacher (comunicazione personale, 2002) consiglia l'uso dell'autoipnosi come forma di terapia di mantenimento durante e in seguito a una terapia ipnotica breve. Crasilneck (1975) suggerisce ai pazienti di attenersi nella propria pratica autoipnotica a insiemi di suggestioni legati strettamente al lavoro terapeutico in corso. Nella ipnosi moderna viene ampiamente valorizzata la responsività in luogo della suggestibilità in una visione evocativa dei fenomeni ipnotici (Ducci 2002). La pratica dell' autoipnosi fondata sull'accrescimento della percezione di sé sembra porsi coerentemente in linea con ciò.

Non si può non concludere senza fare un doveroso accenno alla formazione professionale in ipnosi clinica e ai modi più opportuni per organizzarla intorno alla consapevolezza e allo sviluppo delle capacità autoipnotiche dell'allievo. Tutto il mondo formativo sta facendo un notevole sforzo per superare le limitatezze del pensiero orientato agli obiettivi e all'esclusiva attenzione alle tecniche (Short, 1999). Si vanno proponendo metodologie indirette come il metodo della narrazione, apprendere attraverso il raccontarsi, descrivere le proprie emozioni in rapporto alla relazione con l'altro (Kaneklin, 1998).

Nell'ambito formativo strettamente ipnotico da una indagine condotta da Wilbacher e Gandolfi (1998) risulta che un'alta percentuale di allievi ritarda o abbandona definitivamente l'uso professionale dell'ipnosi. Dopo una fase iniziale di apparente sicurezza nel corso della formazione, alla fine di questa l'allievo entra in una fase mentale di shock che può portare all'abbandono dell'ipnosi in quanto si ritrova da solo a gestire l'impatto emotivo del lavoro in trance. Il neo terapeuta prova disagio per le sue risposte corporee e emotive. L'atto di indurre la trance nel paziente produce simultaneamente uno stato autoipnotico nell'ipnotista. Diversamente dalle altre forme psicoterapeutiche dove l'apprendimento emozionale del sé avviene in modo graduale, in ipnosi l'impatto è immediato e inaspettato.

Nell'indagine emerge che gli allievi non riescono a fornire una risposta soddisfacente in merito all'abbandono dello strumento ipnotico in favore di altri approcci terapeutici, ma solo se l'allievo attiva uno scambio emozionale con il formatore riesce a entrare in una fase mentale di superamento che lo aiuta a neutralizzare lo shock e a far funzionare la mente sintonicamente e simultaneamente fra processi emotivi e razionali.



www.psicolife.com     Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

giovedì, agosto 24, 2006

La preparazione al Parto

(seconda parte)

CONCLUSIONI
La questione autoipnosi può essere affrontato da più punti di vista. L'autoipnosi può essere vista essenzialmente come il prodotto di una precedente ipnosi e susseguente suggestione post-ipnotica e dunque non esistere come fenomeno autonomo. Viceversa si può essere convinti che l'ipnosi abbia luogo solo a patto che il soggetto si renda disponibile a produrre la propria autoipnosi e dunque è solo l'autoipnosi a esistere.

Ad ogni modo avvengono nella fenomenologia della coscienza una serie di eventi aspecifici, senza una intenzionalità esplicita finalizzata alla produzione di una trance che non sono facilmente collocabili e definibili.

La coscienza va incontro ordinariamente a un processo di discontinuità in cui diventa operante il meccanismo dissociativo. I cosiddetti sogni a occhi aperti non rispondono a una casualità rintracciabile nella mente conscia, ma a importanti bisogni del sistema mente-corpo.

Di fatto l'evento autoipnotico può avvenire all'interno o all'esterno di una cornice terapeutica.

La stessa relazione terapeutica non è altro che una fitta trama di stati di coscienza auto/etero indotti.

Ognuno può autonomamente misurarsi con un universo di risultati desiderati e desiderabili per sè, ma in assenza della supervisione di un ipnotista esperto può essere difficile porsi obiettivi adeguati e appropriati.

Crasilneck (1975) cita una serie di esempi in cui persone non educate al corretto uso dell'ipnosi possono fare richiesta di un training autoipnotico finalizzato al raggiungimento di obiettivi irrealistici e qualche volta non sani.

Un avvocato aveva fatto richiesta di imparare a dormire tre ore a notte, mentre uno studente mediocre voleva assicurarsi voti eccellenti.

In autoipnosi il saper fare è una dimensione intimamente legata alle potenzialità soggettive presenti e non alla fantasia di un fare straordinario

Erickson (1987) ha sostenuto più volte il fenomeno dell'interferenza di obiettivi apprezzabili da parte della coscienza, ma in disaccordo con i bisogni dell'inconscio.In tal senso sottolineava che l'insistenza a interferire coscientemente con l'inconscio determina l'insorgenza di un problema.

Ne possiamo trarre che fare autoipnosi senza una consapevolezza di come dimensionarla correttamente può produrre danni.

Al contrario nell'ambito di una relazione terapeutica si può ragionevolmente concludere che a prescindere se sia fatto in modo deliberato o no si sviluppa sempre una qualche forma di autoipnosi nel soggetto in terapia anche non esplicitamente ipnotica. Del resto Lankton (1984) ha dimostrato che gli stati ipnotici sono presenti in molte forme terapeutiche e coinvolgono pazienti e terapeuti.

Oltre a ciò occorre distinguere gli eventi di autoipnosi spontanei da quelli strutturabili in un addestramento esplicito.

Impegnare già nelle prime fasi della terapia il paziente in un vero e proprio training autoipnotico significa operare strategicamente e apertamente sullo svincolo e l'autonomia del soggetto.

Per di più rinforza la convinzione di poter godere di un controllo su aspetti inattesi della propria vita.
www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

mercoledì, agosto 16, 2006

La preparazione al Parto

(prima parte)

Il parto per una donna rappresenta un evento della vita ricchissima di significati socioculturali di cui l'ipnotista deve tener conto nel momento in cui opera. Il lavoro preparatorio al parto deve necessariamente essere sufficientemente articolato per consentire un alto grado di efficacia. L'approccio diretto fondato semplicemente su ingiunzioni del tipo 'Voglio che lei abbia un parto indolore' non ha in genere buone speranze di successo. Con un approccio decisamente indiretto e frazionato Erickson predisponeva un ampio piano che mobilitava un vastissimo insieme di esperienze estesiche personali e agiva sulla modificazione discreta delle aspettative sul dolore evocando nella mente della donna l'idea della dilatazione esemplificandola con comportamenti spontanei e naturali.

Può sentire o non sentire l'anello al dito o le scarpe ai piedi.
E' necessario soffrire nella peristalsi?
Aprire le dita delle mani fa male?
Come la prenderà quando aspettandosi di soffrire, non soffrirà?
(Erickson, 1988)

Nella preparazione al parto l'ipnotista deve accertarsi non solo che la donna abbia effettivamente appreso l'uso della tecnica, ma anche che condivida gli obiettivi del lavoro e si sinceri dell'applicazione di alcune precauzioni.

In ogni trattamento che abbia a che fare con il dolore, questo non può essere eliminato completamente.

Erickson (1982) riferisce di un caso in cui una donna desiderava sentire a pieno tutta l'esperienza della nascita senza essere distratta dal dolore. Voleva sentire piacevolmente le contrazioni dell'utero come se avesse inghiottito una ciliegia intera e la sentisse scivolare comodamente lungo l'esofago.

Pertanto Erickson indusse inizialmente una anestesia completa che poi trasformò nel tipo di analgesia richiesta dalla paziente. Dopo di chè addestrò la paziente a sviluppare una profonda trance postipnotica sonnambulica che si sarebbe attivata all'inizio del travaglio e che le avrebbe permesso di partecipare all'intero evento.
Ala fine del travaglio, una volta ritornata nella sua stanza, sarebbe caduta in un sonno profondo e riposante per circa due ore.

Dopo due anni, la donna tornò da Erickson in quanto aspettava il secondo bambino. In questo caso bastarono tre ore di trance profonda per ristabilire lo stesso apprendimento autoipnotico.

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze

mercoledì, agosto 09, 2006

ASMA BRONCHIALE: PROTOCOLLO DI TRATTAMENTO PSICOSOMATICO CON CICLO BREVE DI IPNOTERAPIA

Da una ricerca del :

Dott. Flavia BARBAGELATA
Centro Medicina Psicosomatica
Medico chirurgo, specialzzata in allergologia e immunologia clinica; psicosomatica; ipnosi
Sezione S.I.M.P San Carlo Borromeo – Naviglio Grande

Abstract

L’asma bronchiale è una delle malattie psicosomatiche più conosciute. Abbiamo oggi diversi modelli psicogenetici che ci descrivono in che modo l’esperienza psichica dei primi mesi di vita si riflette sull’asse immunoendocrino, determinando le condizioni sulle quali si potranno esprimere i fattori genetici ed etiologici che scateneranno poi la patologia. Nel caso dell’asma la familiarità atopica e la presenza di sensibilizzazioni ad allergeni inalanti confluiranno con la risposta agli “stressors” biochimici, determinando quell’insieme di flogosi e di risposta neuroautonoma alterata che provoca il broncospasmo. Alla luce di queste considerazioni, abbiamo elaborato un protocollo di intervento specifico, con l’obiettivo, in primo luogo, di ridurre l’ansia anticipatoria correlata all’esperienza broncospastica, poi di intervenire parallelamente sul profondo atteggiamento “hopless & helpless” che osserviamo in questi soggetti. A questo scopo abbiamo ritenuto particolarmente idoneo un intervento di tipo ipnotico individuale, eventualmente allargabile al gruppo.

Inizialmente lavoriamo sulla costruzione del senso corporeo, ponendo particolare attenzione allo sviluppo di un rilassamento somatico generalizzato, in associazione al rinforzo dell’IO. Gradualmente rendiamo i pazienti consapevoli della loro capacità di respirare automaticamente; questa delicata fase è fondamentale nel processo di costruzione di fiducia del paziente nei confronti del proprio corpo, in particolare il sistema respiratorio, sperimentato come organo “ ostile”. In seguito somministriamo visualizzazioni positive di cambiamento per rispondere all’“angoscia di morte” correlata all’esperienza asmatica ed alla staticità comportamentale secondaria alla memoria psichica negativa che appare in questi soggetti. Infine modifichiamo l’atteggiamento cognitivo del paziente asmatico verso la propria percezione dell’allergene nell’aria respirata e parallelamente verso il significato della reattività bronchiale; questo per spostare profondamente la reazione d’angoscia automatica, direzionando la risposta comportamentale ed autonoma verso l’atteggiamento corretto. La tecnica ipnotica adottata è nella prima fase di tipo diretto; poi introduciamo gradualmente l’autoipnosi , fino a che il paziente ne acquisti confidenza. Questi soggetti manifestano inizialmente una forte dipendenza ed un profondo bisogno di essere sostenuti e guidati; poi, nel corso del trattamento, sperimentano l’esperienza dello sviluppo di una liberante progressiva autonomia.

Introduzione

Con questa relazione proponiamo la nostra strategia di intervento nella cura della malattia asmatica, per mezzo di un protocollo di ipnoterapia da somministrare parallelamente al trattamento farmacologico usuale, con l’obiettivo di migliorare la risposta a quest’ultimo. Crediamo profondamente che una sinergia di intervento tra medici e psicologi possa consentire di affrontare tutti gli aspetti che questo disturbo presenta.

Aspetti organici medici

In accordo con l’ultima definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’asma bronchiale è una malattia caratterizzata da crisi respiratorie e/o broncospasmo, che si sviluppano in 4 stadi di gravità fino a diventare continuative. È un disturbo fortemente limitante, ed è causa di profonda sofferenza . Il trattamento farmacologico deve ancora spesso ricorrere ai corticosteroidi, nonostante i passi in avanti della ricerca, ed all’oggi non esistono possibilità di guarigione completa, anzi ancora di asma si può morire.

Crediamo importante per tutto il mondo scientifico la ricerca di nuove strade che cerchino di modificare questo destino. E l’approccio psicosomatico può essere una nuova interessante possibilità.

Aspetti neurofisiologici

Le conoscenze degli ultimi 30 anni inseriscono l’asma bronchiale tra le principali e meglio conosciute malattie psicosomatiche. Infatti l’alterazione organica reversibile dei bronchi creata dalla flogosi allergica classica che si instaura nel polmone, non è sufficiente a spiegare l’imponente disfunzione respiratoria che osserviamo nell’asma.

Altri elementi giocano un ruolo nel quadro che la malattia ci presenta.

Innanzitutto dati in letteratura suggeriscono la presenza di un sistema biologico profondo che mette in rapporto allergia, resistenza alle infezioni e psiche. Questi fattori sono correlati tra loro mediante una interazione dinamica dove ognuna delle tre forze è in grado di produrre malattia; ogni settore può interferire con l’altro e ciascuno può innescare il circolo vizioso della reazione a catena. Questo comportamento ci rimanda al modello di comunicazione evoluto tipico della rete immuno-neuro-endocrina. In effetti sappiamo che nel micro-ambiente intercellulare si realizza un flusso importante di informazioni attraverso i diversi compartimenti, ed ogni attività di tipo psichico o nervoso può essere tradotta in reazioni corporee. Col diffondersi di queste conoscenze dovute alla psico-neuro-endocrino-immunologia anche la medicina classica ha finito per ammettere le strette correlazioni tra reazioni somatiche e psichiche, specie a livello del sistema immuno-allergico, determinante nella patogenesi dell’asma. Molti autori descrivono modificazioni dei parametri immunitari di fronte ad uno stress emozionale, e probabilmente tutte le malattie organiche risentono dello stato psico-emotivo, il quale, quando viene insultato cronicamente, provoca disfunzioni nei sistemi biologici più profondi. L’insorgere della malattia sceglierà il distretto corporeo più debole sul quale opera una predisposizione genetica. Alla fine in ogni caso singolo osserveremo un equilibrio specifico tra fattori biologici e psichici.

Per quanto riguarda il sistema nervoso autonomo, è stata sottolineata la possibilità di una sua influenza diretta sul reclutamento immunitario, come pure sulla stimolazione ad attivazione mastocitaria, tramite la liberazione di acetilcolina da parte delle terminazioni nervose parasimpatiche vagali, che vanno a interagire con i recettori di membrana. Mediante questo meccanismo il sistema nervoso autonomo parasimpatico può innescare reazione a cascata del mastocita che determinerà la flogosi immuno-allergica di tipo I, cioè la reazione allergica. È nota poi la sua attività broncocostrittiva. Dall’altro lato il sistema ortosimpatico sappiamo che possiede una potente azione bronco-dilatatrice ed antiallergica. Normalmente il sistema orto e parasimaptico si mantengono in un equilibrio reciproco, in grado di lasciare silente il terreno atopico nei polmoni. Ma quando le condotte psichiche si cronicizzato in un automatica reazione di fuga ( parasimpatica ) le stimolazioni colinergiche si incrementano, favorendo la liberazione dei mediatori dell’allergia e la risposta broncospastica. Una reazione di “attacco” ortosimpatica potrebbe intervenire liberando adrenalina e quindi aprendo le vie bronchiali ed interrompendo la reazione allergica. Ma l’abitudine ad un cronico stile di risposta allo stress è spesso più forte, e quindi la malattia può instaurarsi

Aspetti psicologici

È un esperienza molto comune, tra gli specialisti del settore, la difficile gestione dei pazienti asmatici allergici, nonostante un nuova e specifica potenza dei farmaci a disposizione. Spesso queste persone tornano dai medici lamentando la persistenza di disturbi apparentemente ingiustificati, se posti in relazione al quadro clinico che presentano. Forte malessere, inefficacia dei trattamenti, accanto al rifiuto pregiudiziale degli stessi o nei confronti delle istruzioni di comportamento date, fondamentali nell’allergia e nell’utilizzo delle formulazioni inalatorie. Specialmente quest’ultimo atteggiamento, nel caso dell’asma, disturba i sanitari perché paradossalmente opposto alle loro aspettative di fronte ad una malattia che chiede così fortemente aiuto e guida. Sono questi pazienti che finiscono per mettere in atto condotte paradossali ambivalenti con la loro sfiducia nei confronti della medicina e del medico, che pure apparentemente adulano e temono. Così l’asmatico, specialmente il tipo atopico puro, di solito finisce per stancare con le sue aspettative di un miracolo. Il medico spesso avverte come fastidiosa la presenza di gravi sintomi e sofferenza accompagnati in modo contraddittorio da indifferenza comportamentale. Tutti questi elementi inducono nei sanitari, non preparati ad una lettura profonda dei loro pazienti, un sentimento di inadeguatezza e fastidio. Inevitabilmente si mette in moto un meccanismo di rifiuto inconscio. Avviene che le persone che dovrebbero dare loro sicurezza e protezione, sono in qualche modo allontanate e rese sorde alla richiesta passiva di aiuto che gli asmatici vivono disperatamente. Alla fine un comportamento inconscio del paziente condiziona una mancanza di cure secondarie adeguate. Si ripete così quella esperienza di precoce solitudine che ha innescato il loop psicosomatico, quasi una coazione a ripetere.

La letteratura scientifica ci descrive, in questi pazienti, una particolare percezione del sé corporeo, una alterata esperienza del polmone e della respirazione.

Misurando la riduzione del flusso respiratorio con la spirometria, osserviamo un gran numero di situazioni più critiche rispetto all’asma, come tumori o malattie polmonari croniche, ma solo nel soggetto asmatico osserviamo correlata alla mancanza del respiro una condizione di sofferenza così drammatica. L’angoscia manifestata si può giustificare in parte per la forte emozione che l’improvvisa mancanza d’aria può suscitare nell’individuo che sperimenta il broncospasmo, al di là dell’effettiva riduzione del volume respiratorio mancante, in parte anche per il particolare rapporto tra IO e “Mondo”, che si realizza nel soggetto atopico, cioè dal vissuto dell’esperienza allergica.

Fattori anatomo-fisiologici: polmone (esperienza del limite)

Il polmone è un organo molto particolare. Modificando la sua funzione da passiva (liquido amniotico) ad attiva (aria), rappresenta alla nascita il primo momento in cui il bambino sperimenta la sua capacità di sopravvivere; è il luogo dove si realizza il primo distacco dalla totale dipendenza verso la necessità biologica di autonomia. L’angoscia di morte che si realizza in quei momenti scatena l’istinto di sopravvivenza a superare la paura dell’inadeguatezza del corpo, ancora non percepito come un sé separato dalla madre, e dell’ambiente esterno sconosciuto, che non è ancora “altro da sé”. Nella mente vergine si registra questo primo vissuto di fragilità e limitazione, associandolo alla reazione di risposta innata, espressa dal grido che accompagna la vita che nasce. Segue la prima elaborazione mentale dell’ambiente esterno con le sue risorse, di un mondo “fuori di sé” che deve essere in grado di rispondere ai propri bisogni, ed accanto la percezione di un sé-corpo dipendente, completamente condizionato dalla necessità di adeguate sorgenti di vita, come l’aria. Generalmente la funzione respiratoria diviene automatica in pochi minuti e la consapevolezza del respiro viene rimossa. Ma quando occorre una inaspettata perdita di aria o blocco respiratorio, riemerge il ricordo delle prime terrorizzanti esperienze di sopravvivenza. Le crisi d’asma ripetute riattivano quella profonda paura di inadeguatezza, fragilità e dipendenza.

Fattori intrinseci: la costituzione genetica (esperienza della diversità)

L’asmatico allergico sperimenta una particolare esperienza del proprio corpo segnato dal terreno genetico atopico, che comporta una serie di vulnerabilità costituzionali. Come una cute delicata e secca, particolarmente sensibile ad aggressioni chimico-fisiche, o mucose facilmente irritabili, nell’intestino (intolleranze) e nelle vie bronchiali, reattive con spasmo bronchiale a fattori vari, anche aspecifici. La comparsa di sensibilizzazioni poi porta con se una forte destabilizzazione ed una profonda sfiducia verso il proprio corpo, sia perché le allergie stesse comportano reazioni fortemente irritanti ed alcune volte pericolose, sia perché la reazione allergica ha la caratteristica di innescarsi solo dopo un primo contatto innocuo con la sostanza che provoca l’allergia. Poi inaspettatamente si sviluppa. E questo può avvenire nei confronti di varie sostanze, lungo il corso di tutta la vita, aumentando ed favorendo nuove altre sensibilità. Tutto ciò rende quasi impossibile l’integrazione di queste modalità reattive all’interno di una consapevolezza del “self” corporeo, come invece accade quando si tratta di altre caratteristiche costituzionali genetiche, come ad esempio i tratti razziali. Così gli allergici divengono persone confuse, spaventate di tutto perché tutto potrebbe essere pericoloso.

Il problema è che questo fatto biologicamente corrisponde alla realtà.

Fin dall’infanzia, l’esperienza corporea del bambino allergico registra il fondo biologico ipersensibile e vulnerabile conseguente all’atopia, accanto al timore del pericolo per lo sviluppo di nuove allergie; passo dopo passo tutto questo porta il soggetto a sentirsi diverso dagli altri, costantemente “a rischio”, privato nel diritto a lasciarsi andare alla vita. Purtroppo gli asmatici non possono neppure tentare di negare, rimuovere o sottovalutare il loro malanno perché senza tutta una serie di particolari e consapevoli precauzioni, le allergie tendono a peggiorare e moltiplicarsi.

Un cenno anche alla familiarità atopica: la trasmissione genetica tra genitori e figlio non si limita ai comportamenti e ai modelli di pensiero, vengono trasmessi anche le reattività biologiche e ciò che ne consegue.

Fattori estrinseci: l’ambiente (esperienza del mondo esterno)

L’atopia è la conseguenza di un disordine genetico del sistema immunitario. I pazienti asmatici sono quindi facilmente esposti a contrarre infezioni, inoltre ogni infezione alle prime vie aeree può scatenare una crisi asmatica. Sono perciò costretti ad elevate attenzioni verso tutto ciò che potrebbe causare rischio nell’ambiente circostante: la stagione invernale, le comuni malattie infettive da freddo, la presenza di irritanti nell’aria ambientale. Devono evitare di vivere in presenza di fumatori, di effettuare uno sforzo fisico, di correre contro al vento, di ridere e piangere. Provocherebbero un attacco d’asma. Questo causa angoscia e fobia di tutto ciò che è fuori dal controllo, come i cambi di stagione o lo spostamento verso un altro luogo; si instaura una condotta paranoidea. Interiormente si struttura la convinzione di essere imprigionati, costretti nella possibilità di vivere liberamente, come per il vissuto dell’handicap. L’asmatico appare inoltre controllato e timido, incapace di comunicare le proprie emozioni agli altri. Ciò trova spiegazione nel suo pattern psichico che, accanto alla fragilità ed insicurezza, presenta rabbia ed aggressività nei confronti di tutti coloro che, ai suoi occhi, sono colpevoli di poter vivere una vita normale; tuttavia la necessità di mantenere ogni cosa, incluse le proprie emozioni, sotto controllo ed il bisogno di dipendenza dagli altri, cortocircuita queste emozioni aggressive profonde e le traduce in un atteggiamento di sottomissione compiacente.

Aspetti psicosomatici

L’asma bronchiale si sviluppa su un terreno genetico atopico, ma condivide con altri disordini psicosomatici una struttura psichica ormai accertata: l’alexitimia. Questa assenza di “insight” accanto allo sviluppo di somatizzazioni, lo ritroviamo spesso come conseguenza di un contesto familiare, con la tendenza ad invischiare i bambini nei conflitti parentali. In merito agli aspetti psicosomatici, l’attuale conoscenza della patogenesi dei disordini immuno-allergici, è estesa. Essere allergico non significa necessariamente diventare asmatico. Ci devono essere dei fattori che determinano la localizzazione del problema allergico sui bronchi piuttosto che su altri distretti corporei.

La pneumografia mostra come l’attacco asmatico appaia molto simile al pianto disperato del neonato, quasi come se la crisi avesse il significato di un “grido di aiuto” per attrarre l’attenzione, l’amore e l’affetto della mamma. L’asma sembra rimandarci l’eco della sofferenza del bambino che sperimenta una madre irresponsabile, lei stessa dominata dai bisogni, ansiosa, e quindi non in grado di dare od esprimere il proprio amore o l’amore che percepisce. Di fatto, un madre non in grado di sostenere i bisogni del proprio bambino.

La storia psicologica dell’asma inizia in epoca neonatale, quando il piccolo totalmente debole ed inadeguato alla vita, si rivolge senza riserve al rapporto con la madre, per la soddisfazione dei propri bisogni di attaccamento e dipendenza. Ma si trova di fronte una madre ambivalente, da un lato molto tenera e seduttiva, dall’altro incapace di riconoscere i reali bisogni del bambino. Questa, alle richieste, risponde in modo inadeguato; agisce troppo e troppo spesso inutilmente. L’inefficacia di questi comportamenti la porta ad essere ansiosa ed ad aumentare ancore le risposte, purtroppo comunque qualitativamente inadatte. Infine si stanca peggiorando ancora di più la sua incapacità di rispondere ai bisogni del bambino, che non saranno mai soddisfatti. La frustrazione materna potenzierà il rifiuto materno originario. Il bimbo, che assiste alla negazione dei propri bisogni, sviluppa a sua volta una profonda rabbia ed aggressività, che tuttavia trova grandi difficoltà ad esprimersi, perché in questo momento il bambino non può permettersi di rivolgersi contro qualcuno dal quale è del tutto dipendente, quel “mondo – mamma” che gli permette la sopravvivenza. Il bambino inibirà l’aggressività ritorcendola contro sé stesso, fuggirà dalle emozioni stressanti. Col tempo questa situazione si cronicizza nella risposta parasimpatica allo stress (fuga), attraverso l’inibizione della via adrenalinica, che si attiverebbe con la liberazione dell’aggressività(attacco).

Questo modello descrive in che modo la fragilità bronchiale genetica in condizioni di stress finisca per dar luogo alla costrizione dei bronchi al posto della normale bronco-diatazione. Non solo: se osserviamo il fatto che una reazione allergica può essere interrotta dalla somministrazione di adrenalina, noi possiamo ipotizzare che la stessa flogosi scatenata dagli allergeni trarrebbe beneficio da una reazione allo stress di tipo attivante ortosimpatico. Queste considerazioni ci consentono di ottenere un profilo psico-neuro-biologico dell’espressione della atopia che si realizza nell’asma bronchiale.

Per tutta la vita l’asmatico manterrà questa perdita di sicurezza di sé e il bisogno di protezione. Sarà sempre spaventato di ripetere l’esperienza dell’essere negato. Questa è la regione per cui nello sfondo di un attacco asmatico noi spesso troviamo il “leit motiv” di separazione, partenza, gelosia, nascita di fratelli. Per proteggere sé stessi verso questi ed altri rischi, osserveremo quell’atteggiamento compiacente attraverso il quale gli asmatici tenteranno di attrarre la benevolenza di altre persone, specialmente di figure chiave. Per essere amati cercano di apparire perfetti, intelligenti, superiori, ed adeguandosi ai modelli conformati divengono efficienti e produttivi. Interiormente percepiranno una ’immagine di sé imprigionata dalla vita, profondamente impotente, incapace di comunicare la sua pesantezza, che desidererebbe essere capita ma che non crede ciò possibile. In psicologia questa condizione è stata identificata come “atteggiamento hopeless & helpless”.

Conclusioni

Troppo spesso la psicologia interviene in una fase tardiva, per singoli casi e con modalità che dipendono più dalle inclinazioni del terapeuta che dalla patologia psicosomatica che si va ad affrontare. Parallelamente troppo spesso l’azione dei farmaci è in questa malattia una “terra di nessuno”, che delude le aspettative.

Al giorno d’oggi nessuno nega più l’importanza degli aspetti psichici, nello sviluppo delle malattie allergiche, tuttavia i farmaci sono ancora gli unici presidi utilizzati nel trattamento di queste patologie. Si ritiene che circa un terzo dei allergie sono scatenate o vengono amplificate da fattori psichici.

Con l’elaborazione di questo protocollo intendiamo ricercare un metodo rapido ed agevole, in grado di aiutare i nostri pazienti asmatici. Questo metodo impegna pochi mesi e potrebbe integrare proficuamente il classico trattamento dell’asma; con gli opportuni adattamenti potrebbe forse essere somministrato anche in gruppo.

Attualmente questo protocollo è operante presso il Servizio di Psicosomatica del nostro Ospedale. La casistica si sta arricchendo in questi anni e dalle prime impressioni, ancora basate su pochi casi, rileviamo che in genere i pazienti, abituati a considerare l’asma una malattia del corpo, di fronte alla proposta di un trattamento ipnotico reagiscono con perplessità e diffidenza, quando non sono spaventati. Ma una volta superato l’impatto iniziale iniziano davvero a gradire questo tipo di esperienza. Inizialmente supportati da noi, li osserviamo gradualmente introvertire l’affetto verso il proprio corpo e poi verso una vita precedentemente temuta. Scompare il timore del fantasma dell’asma; si libera una totale complicità, accettazione ed attaccamento nei confronti del proprio corpo, vissuto come alleato. L’ipersensibilità viene vissuta come una speciale sensibilità psico-fisica, un talento che permette l’acquisizione di molteplici informazioni utili per sopravvivenza.

I risultati acquisiti per il momento, in questa esperienza, ci confortano nella speranza di muoverci verso la direzione giusta.

Per maggiori dettagli sulla ricerca visitate: L'Articolo

www.psicolife.com Psicologia e Ipnosi Terapia a Firenze